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Questa sezione è dedicata ad ospitare brevi brani letterari dedicati al mare, recensioni di libri, bibliografie ragionate dedicate a romanzi, saggi, biografie in cui sia presente il rapporto tra gli esseri umani e gli spazi oceanici. In continua evoluzione richiederà il vostro contributo.

 

Riflessioni di un insegnante sul libro “EDUCARE AL MARE” curato da Enrico Squarcina:

Riflessioni EDUCARE AL MARE_IR

 

Françoise Moitessier, 60.000 miglia a vela. Io, Bernard e il mare, Milano, Mursia, 2019.

L’autrice è la moglie di Bernard Moitessier, nel libro narra il suo grande viaggio con Bernard che l’ha vista partire da Nizza per giungere a Tahiti via il canale di Panama e il ritorno via Capo Horn. Narra inoltre come dopo la partenza di Bernard per la Golden Globe e soprattutto dopo la sua decisione di proseguire per la “Grande Rotta” e di rimanere poi in Polinesia, le relazioni si siano rotte. Françoise però non ha dimenticato il mare, la voglia di ammirarlo ancora, la sensazione di sentirsi una molecola dell’universo, il desiderio di fuggire dalla società. Caparbiamente decide di costruire una barca e di partire nuovamente da sola o comunque assumendosi la responsabilità del comando. Descrive il suo ulteriore grande viaggio che la portò dalla Francia all’Indonesia tra paesaggi magnifici, tempeste, passaggi difficili, difficoltà legate al suo essere donna in un mondo maschilista e incontri con culture diverse e con persone con cui legare amicizie profonde e durature.

 

Maud Fontenoy e Yann Arthus-Bertrand, Blu. Un oceano di soluzioni, Milano, Raffaello Cortina, 2021

Una volta si diceva che il colore della speranza è il verde, questo libro ci mostra come la speranza in un mondo più pulito e vivibile è blu: il colore dell’oceano. Il volume, di grande formato e riccamente illustrato, spiega, in modo divulgativo ma scientificamente rigoroso, come il mare possa offrire soluzioni sostenibili alle principali esigenze umane. Dopo l’introduzione, intitolata “Pianeta azzurro”, in cui si sottolinea l’importanza della presenza dell’acqua per la vita sulla Terra e conseguentemente l’importanza della ricerca scientifica sulla vasta massa liquida oceanica, seguono sei capitoli che affrontano le principali esigenze umane: “Respirare”, “Bere”, “Nutrirsi”, “Riscaldarsi, illuminarsi”, “Curarsi” e “Spostarsi”, in cui si mostra come il mare offra delle possibilità sostenibili, a volte già in atto, a volte potenziali, di ottemperarvi senza recare ulteriori danni ambientali al nostro pianeta. L’ultimo capitolo, intitolato “Attrezzarsi” è un appello alla mobilitazione non solo in difesa del mare, ma anche e soprattutto a concretizzare le opportunità che il mare offre alle nostre esigenze, in altre parole di prendere in seria considerazione ciò che il mare può fare per l’umanità. La bellezza delle illustrazioni ne fanno un oggetto particolarmente piacevole, oltre che istruttivo, e in linea con la filosofia che ha portato le Nazioni Unite a proclamare il periodo tra il 2021 e il 2030 “Decennio delle Nazioni Unite delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile”.

Fabrice Amedeo, Loin de la terre surgit le monde, Paris, 2020.

Poco prima della partenza della nona edizione della Venée Globe, regata in solitario senza scalo e senza assistenza, che ogni quattro anni parte da Les Sables d’Olonne e percorre l’intero globo terrestre lasciando a sinistra il Capo di Buona Speranza, il Capo Leeuwinn e Capo Horn, per tornare a Les Sabbles d’Olonne, l’autore ha affidato a questo libro la riflessione dei motivi per cui si è per la seconda volta allineato alla partenza di questa regata definita: “l’Everest dei mari”. Non si tratta dunque della cronaca di una regata, né la descrizione degli eventi tecnici che la contraddistinguono. Si tratta di un viaggio interiore, volto a capire perché l’allontanamento dalla vita terrestre si traduce in un avvicinamento al senso più profondo della vita, perché nel momento stesso dell’agognato arrivo, sorge nell’autore il desiderio di ripartire, di riannodare il legame con la natura che una vita ipersicurizzata, frenetica e artificializzata ci hanno fatto dimenticare. Un libro che nel solco de La lunga rotta di Moitessier, cerca di mettere a nudo l’essenza dell’animo umano e esprime la necessità di allontanarsi dalla società per ritrovarlo.

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), Milano, Feltrinelli, 2013.

Non conosco più acuta sensazione del navigare a vela. Par quasi di volare. Le ali del vento sembra che vi portino in su, non si sa dove. Voi non siete più il lento, faticoso misero essere d’argilla che striscia tortuosamente per terra; siete una parte della natura! Il vostro cuore pulsa contro il suo petto. Le sue gloriose braccia vi cingono, sollevandovi fino al suo cuore. Il vostro spirito forma un unico spirito col suo; le vostre membra son diventate leggerissime. Le voci dell’aria vi cantano nell’orecchio. La terra sembra remota e piccina; e le nuvole, così vicine alla vostra testa, sono sorelle a cui voi stendete le braccia.

Luca Lo Basso, Gente di bordo. La vita quotidiana dei marittimi genovesi nel XVIII secolo, Carocci Editore, Roma, 2016.

L’autore è uno storico specialista di storia marittima. Con un paziente lavoro d’archivio ha analizzato i rapporti economici e sociali che contraddistinguevano la marineria genovese nel XVIII secolo. Ne risulta un mondo che pur essendo strettamente connesso con la vita della città aveva regole, problematiche, consuetudini e motivi di conflitto particolari. L’autore ricostruisce la storia del modo di redimere le controversie che riguardavano i rapporti tra committenti e armatori, tra capitani ed equipaggi, tra i diversi partecipi alla proprietà di una nave, che spesso faceva prevalentemente ricorso alle consuetudini e alla giustizia sommaria amministrata dai rappresentanti della comunità di chi aveva a che fare con la navigazione.

Proprio attraverso l’analisi delle carte legate alle istanze di giustizia, alle relative sentenze e alle carte notarili, l’autore analizza l’evoluzione delle modalità attraverso le quali un individuo poteva diventare il comandante di una nave commerciale,  la modalità in cui l’armamento di una nave e in generale le imprese marittime venivano finanziate, le proprietà di armatori e comandanti, figure spesso almeno in parte intrecciate se non coincidenti, il modo di aggirare le leggi per praticare il contrabbando e per eludere le imposte e le liti, spesso violente, che potevano avvenire tra i membri degli equipaggi, tra gli equipaggi e i comandanti e tra i membri di equipaggi di navi diverse.

L’utilizzo dei documenti d’archivio relativi all’amministrazione della giustizia, civile e penale, e dei fondi notarili, permette di ricostruire uno spaccato interessante dei rapporti sociali nel mondo marittimo dell’epoca; L’origine giudiziaria di gran parte delle fonti trasmette l’immagine di una società probabilmente più conflittuale di quanto non fosse in realtà, dato che interviene la legge solo in caso di disaccordo o di delitto, si tratta comunque di un utile apporto per chi desidera indagare il rapporto tra gli esseri umani delle diverse epoche e il mare.

Jack London, Racconti del Pacifico, Milano, Guanda

La casa editrice Guanda ha ripubblicato la raccolta di racconti di Jack London frutto di un viaggio che l’autore compì tra il 1907 e il 1908 tra le isole della Polinesia e della Melanesia. Ne risulta un vivido ritratto di un altrove fatto di isole separate da ampie distese di mare e soprattutto da una grande distanza culturale dal mondo da cui proveniva l’autore, una denuncia del colonialismo disinteressato a capire quel mondo su cui aveva imposto il proprio potere, una collezione di tipi umani descritti con un atteggiamento al tempo stesso stupito e compartecipe. London anche in questi racconti brevi dimostra le sue capacità di narratore atte a trasportare il lettore in un mondo lontano in cui ricercare l’essenza dell’essere umano.

Carson R., Il mare intorno a noi, Prato, Piano B Edizioni, 2019

Rachel Carson è conosciuta come una pioniera dell’ambientalismo e come colei che, attraverso la pubblicazione del suo libro più conosciuto: Primavera silenziosa, accese il dibattito che portò alla progressiva abolizione del DDT. A quasi sessant’anni dalla sua prima pubblicazione le edizioni Piano B ripropongono il capolavoro di questa biologa dedicato al mare. Certo dal 1961, anno della prima pubblicazione del libro, le scienze marine hanno fatto grandi passi, ma il testo rimane freschissimo nel suo intento di avvicinare agli spazi marini, in gran parte ancora da esplorare, il grande pubblico. Merito acuito da uno stile rigoroso, ma al tempo stesso poetico, da cui traspare l’amore per questo spazio affascinante e misterioso.

Bjorn Larsson (2001), Il porto dei sogni incrociati, Iperborea, Milano.

Il capitano di un mercantile incontra in porti diversi quattro persone che si ritrovano, senza conoscersi, ad attenderlo a Kinsale, ognuno spinto dall’incontro con il capitano non solo a sognare, ma anche a cercare una vita diversa. Il mare, attraverso la figura del capitano Marcel,  dunque diventa la metafora delle possibilità infinite offerte dalla vita e della libertà. Un messaggio semplice, ma fondamentale, in una trama apparentemente complicata.

Georges Simenon (2019), Il Mediterraneo in barca, Adelphi, Milano.

Tutti conoscono Simenon come prolifico autore di gialli e padre del famoso commissario Maigret, pochi conoscono il Simenon autore di reportage giornalistici e fotografo. Adelphi pubblica in volume gli articoli da lui pubblicati nel 1934 sul settimanale “Marianne” a seguito di una crociera svolta in Mediterraneo su di una goletta (ma dalla descrizione sembra più un brigantino) italiana. Ne risulta soprattutto un ritratto umano della comunità dei marinai e più in generale delle comunità che vivono affacciate sul mare e del mare. Una comunità fuori dal tempo, soprattutto fuori dalla modernità, come tale abituata a sopportare momenti di benessere e momenti di penuria e che trova nella rassegnazione e nella solidarietà il modo di reagire alla crisi degli anni in cui scrive Simenon, fornendo involontariamente in questo modo una chiave interpretativa dell’attuale momento storico. Il volumetto è corredato da una serie di fotografie scattate in quell’occasione dall’autore che ce ne mostrano un aspetto poco conosciuto.

Ian McEwan (2014), L’inventore di sogni, Edizioni EL, San Dorligo della Valle (Trieste)

“Tutti gli anni ad agosto, la famiglia Fortune affittava una casetta di pescatori in Cornovaglia. Chiunque abbia visto quel posto deve riconoscere che si tratta di una specie di paradiso. La porta della casa dava su un giardino incolto. Più in là correva un ruscello, poco più di un fossato, ma l’ideale per costruirci dighe di sabbia. Poco oltre, dietro un boschetto, restava tra l’erba un binario morto, sul quale un tempo passavano i carrelli di una miniera di stagno. A mezzo miglio di lì si trovava una galleria chiusa alla quale i bambini non dovevano avvicinarsi. Sul retro della casa si stendevano pochi metri quadrati di prato che si allargava direttamente su un’ampia baia a ferro di cavallo con spiagge di sabbia gialla e fine. Su un’estremità della baia, c’erano delle grotte buie e profonde quanto basta a metter paura. Con la bassa marea si riempivano di pozze tra gli scogli. E nel parcheggio dietro la baia, dal tardo mattino fino al tramonto, stazionava il furgone dei gelati. Lungo la costa si raggruppava una mezza dozzina di case: i Fortune conoscevano tutte le altre famiglie che venivano in agosto e avevano stretto amicizie. Una piccola frotta di bambini di un’età compresa tra i due e i quattordici anni avevano dato corpo a un gruppo alquanto disordinato di ragazzini che giocavano insieme ed erano noti, almeno a loro stessi, col nome di Banda del Mare. 

Il momento più bello in assoluto veniva la sera, quando il sole affondava dietro l’Atlantico e le varie famiglie si radunavano nel giardino di una delle case per la solita grigliata. Dopo mangiato, i grandi erano troppo piacevolmente impegnati a bere e a raccontarsi storie infinite, per aver voglia di mettere a letto i bambini, ed era allora che la Banda del Mare poteva svignarsela nella tiepida calma del crepuscolo, e tornare indisturbata nei posti preferiti dei giochi fatti di giorno. Con la differenza che a quell’ora in più ci sarebbe stato il mistero del buio e delle ombre paurose, e la sabbia fredda sotto i piedi nudi, e la gioia impagabile delle corse sfrenate che si aveva l’impressione di rubare a qualcuno.” 

(pp. 139-140)

 

“Peter e i suoi amici neanche sapevano che giorno e che ora fosse. Scorrazzavano per la spiaggia, rincorrendosi, nascondendosi, ingaggiando battaglie e invasioni tra navi pirata e alieni di altri pianeti. Con la sabbia costruivano dighe, canali, fortini e zoo acquatici che poi riempivano di granchi e di paguri. Peter e gli altri bambini più grandi inventavano storie tremende che spacciavano per vere per far paura ai più piccoli. Mostri marini che uscivano strisciando dal mare e coi tentacoli acciuffavano i bambini per le caviglie per poi trascinarli in fondo agli abissi. O quella del pazzo dai capelli d’alghe che abitava dentro la grotta e trasformava i bambini in aragoste. Peter ci metteva tanto impegno nell’inventare queste storie che finiva col ritrovarsi restio a entrare da solo dentro la grotta, e quando nuotava, gli capitava di rabbrividire se un ciuffo di alghe per caso gli accarezzava una gamba. 

Qualche volta la Banda del Mare faceva incursioni nell’entroterra, nel prato dove si stavano costruendo un accampamento. Oppure si avventuravano lungo il vecchio binario morto fino alla galleria proibita. Tra le assi che la sbarravano c’era un’ampia fessura e i bambini si sfidavano a passarci dentro per poi ritrovarsi dall’altra parte, nel buio totale. Di dentro si udiva l’eco sinistra e agghiacciante di una goccia d’acqua che andava a piovere in una pozzanghera. C’erano anche dei trapestii che avevano pensato di attribuire alla presenza di topi, e si sentiva una corrente d’aria umida e greve che secondo una della bambine grandi doveva essere l’alito di una strega. Non che gli altri le avessero creduto, naturalmente, ma nessuno comunque si era mai spinto dentro la galleria per più di pochi passi. 

Questi giorni d’estate incominciavano presto e finivano tardi. Certe volte, andando a dormire, Peter si sforzava di ricordare come fosse incominciata la giornata. Sembrava che gli avvenimenti del mattino si fossero verificati settimane prima. Gli era anche capitato di addormentarsi, senza essere riuscito a farsi tornare alla mente il principio del giorno.”
(pp. 144-145)

 

“Si alzò dal letto e raggiunse la finestra che si affacciava sulla spiaggia. In lontananza, riusciva a vedere la Banda del Mare. C’era bassa marea. Le pozze tra gli scogli restavano in attesa dell’acqua. Si infilò un paio di calzoncini e una maglietta e scese di corsa. Era tardi, gli altri avevano già fatto colazione da un pezzo. Tracannò un bicchiere di succo d’arancia, afferrò un panino e si precipitò fuori, oltre il giardino minuscolo, sulla spiaggia. La sabbia gli scottava già i piedi. […] 

Peter si voltò a guardare il mare. Luccicava, fino laggiù, all’orizzonte. Gli si dispiegava dinanzi, sconosciuto e immenso. Una dopo l’altra le onde si srotolavano e spruzzavano sopra la sabbia, e a Peter sembrarono l’immagine di tutte le idee e le fantasticherie della sua vita.

Sentì di nuovo chiamare il suo nome. Kate, sua sorella, ballava saltando sulla spiaggia bagnata. – Abbiamo trovato un tesoro, Peter! – Alle sue spalle, Harriet si reggeva su una gamba sola, con le mani sui fianchi, e disegnava ampi cerchi di sabbia con la punta del piede. Toby e Charlie e i più piccoli facevano turni a suon di spintoni per saltare da uno scoglio dentro una pozza di acqua salmastra. E oltre tutto questo umano fermento, l’oceano si gonfiava e si ripiegava, perché a nulla e a nessuno è dato di restare fermo, non agli uomini, non all’acqua e neppure al tempo.
– Un tesoro! – esclamò ancora Kate.

– Eccomi, – gridò Peter. – Arrivo -. E si lanciò di corsa verso la battigia. Si sentiva agile e leggerissimo sulla sabbia. “Sto per prendere il volo” pensò. Chissà se stava sognando, o se volava davvero.” 

(pp. 155-158)

Festival della letteratura del mare: “Mare d’inchiostro”

A Giovinazzo (Bari) si sta svolgendo il Festival della letteratura del mare, che si concluderà a Brindisi il 14 giugno con la manifestazione “Donne di Mare” organizzata dall’associazione  Vedetta sul Mediterraneo per celebrare e premiare quelle donne che intrattengono un rapporto profondo con il mare, per ricordare che il loro è un ruolo da protagoniste e non da comprimarie nel mondo dello sport, della promozione e della difesa del mare.

Simon Winchester, Atlantico, Adelphi, Milano, 2013

I voli transoceanici a basso costo hanno privato l’alto mare di gran parte del suo mistero, ci hanno resi incuranti della sua esistenza. … L’opinione pubblica riguardo ai grandi mari è cambiata – e questo cambiamento ha avuto a sua volta conseguenze sui grandi mari, ben poche delle quali positive.

Ha contribuito, in particolare, a porre le premesse per quello che, agli occhi dei pochi che se ne preoccupano, è l’atto finale della storia atlantica dell’umanità. Certo, non si tratta di una novità. Sono decenni che l’uomo deturpa spensieratamente gli oceani. Da quando è stata costruita la prima fabbrica sulla costa, da quando è stata posata la prima fognatura di un porto industriale, da quando abbiamo iniziato, per caso o per scelta, a gettare rifiuti e residui chimici in quello scarico immenso e incapace di recriminazioni che è l’oceano, abbiamo dato prova della nostra propensione a rovinarlo, a rovinarlo. Con la terra ci dobbiamo convivere, e quindi le prestiamo un certo grado di attenzione; l’oceano, al contrario, è perlopiù al di fuori della nostra visuale. E’ così sterminato che può tollerare – così ci siamo abituati a pensare – maltrattamenti sterminati e sistematici. …

E di pari passo con questo cambiamento di percezione – che non è stato per forza la causa, ma che senz’altro vi coincide – è costantemente diminuito, e qualcuno potrebbe dire che si è perso del tutto, il senso del dovere dell’uomo nei confronti del mare. (pp. 316-317)

Premio Letterario Costa Smeralda

“La Bounty a Pitcairn” di Sébastien Laurier, “Le acque del Nord” di Ian Mc Guire, “Magellano” di Gianluca Barbera per la sezione Narrativa; “Arcipelago Isole e miti” di Giorgio Ieranò, “Destino Mediterraneo” di Domenico Nunnari, “Storia del Mediterraneo in 20 oggetti” di Alessandro Vanoli e Amedeo Feniello per la sezione Saggistica; “Alterego Surfboards” di Alessandro Danese, “SeaBin” di Enea Roveda, “WBS (Waste Boat Service)” di Davide Melca per la sezione Innovazione Blu.

Sono questi i finalisti del Premio Costa Smeralda 2019, scelti dalla giuria, composta da Roberto Cotroneo, Simone Perotti, Alberto Luca Recchi e Francesca Santoro, dopo un’attenta valutazione delle 39 opere letterarie in gara. Quelli della sezione Innovazione Blu sono stati invece selezionati dal Comitato scientifico della Fondazione MEDSEA tra i 12 progetti partecipanti al bando finalizzati alla riduzione degli impatti negativi delle attività economiche nei mari e negli oceani. L’appuntamento con il Premio Costa Smeralda, evento di apertura della stagione culturale italiana, è a Porto Cervo dal 26 al 29 aprile, giorni in cui ci saranno numerosi eventi e dibattiti.

Björn Larsson, La saggezza del mare, Milano, Iperborea, 2016

In una barca in mezzo al mare si è prigionieri come in nessun altro luogo. Non si può scendere, non si può fare altro che continuare a navigare, se si vuol sopravvivere. Ma al tempo stesso si è più liberi che mai. Più liberi di sognare, davanti a quell’orizzonte ininterrotto, tutte le vite possibili e impossibili, più liberi perfino di sognare che la vita a terra , per se stessi e per tutti gli altri, possa essere appagante quanto a bordo di una barca ben equipaggiata, senza una destinazione precisa, con tutto il tempo che si vuole davanti a sé.

Recensione

Reeves H., Lancelot Y., Il mare spiegato ai miei nipoti, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

Un astrofisico e un oceanografo si cimentano in un’opera meritoria, difficile e sottovalutata, quella della divulgazione scientifica e, per di più, rivolta a dei bambini, impresa ancor più ardua.

In circa centoventi pagine i due autori, utilizzando una delle più classiche modalità espositive della letteratura educativa, cioè immaginando un dialogo tra i loro nipoti che pongono domande e un loro, quasi sempre spersonalizzato, che risponde, affrontano, in modo semplice ma mantenendo il rigore scientifico, temi che vanno dall’origine del mare alle correnti marine, dalle maree alla formazione delle onde, dai movimenti delle acque di fondo alla vulcanologia sottomarina, dalle metodologie della ricerca sottomarina alla tettonica a placche, senza omettere di affrontare il tema del degrado ambientale marino di cui è responsabile l’essere umano.

Certo di tanto in tanto ci si può chiedere che età abbiano questi nipoti dalle curiosità scientifiche così argute e se il linguaggio delle risposte a quale fascia d’età possa essere indicato, ma rimane un libricino prezioso per la sua capacità di aprire un mondo sostanzialmente sconosciuto alla mente e alla curiosità di giovani lettori. Forse si potrebbe obiettare che i due autori fanno scarso ricorso alla dote più fervida dei bambini: la fantasia. Il linguaggio è forse poco coinvolgente per giovanissimi che alimentano le conoscenze scientifiche con il mondo fantastico e il loro mondo fantastico con le conoscenze scientifiche, ma quando emerge il vissuto personale degli autori, come nell’invito iniziale a contemplare la distesa oceanica o, in conclusione, quando si evoca un’esperienza di traversata a vela, emerge la poesia e l’amore per il mare che è sottesa a tutto il libro.

Ernst Hemingway, Il vecchio e il mare, Milano, Mondadori, 1952

Si addormentò presto e sognò l’Africa quand’era ragazzo e le lunghe spiagge dorate e le spiagge bianche, così bianche da far male agli occhi, e i promontori alti e le grandi montagne brune. Ora viveva tutte le notti lungo quella costa e nel sogno udiva il fragore dei frangenti e vedeva le barche indigene che li fendevano. Mentre dormiva sentiva l’odore del catrame e della stoppa del ponte e sentiva l’odore dell’Africa recato al mattino dal vento di terra.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.

 

Jack London, Veleggiare con una piccola barca, Bologna, Gingko Edizioni, 2017.

E se l’individuo è nato marinaio ed è andato alla scuola del mare, mai più potrà distaccarsene. Il sale dell’Oceano penetra nelle sue ossa e nelle sue narici, e il mare lo chiama, lo attira fino al giorno della morte.

Son diventato fattore, e vivo ben lontano dal mare. Eppure non posso starne lontano troppo tempo.

Guy De Maupassant, Sur l’eau, Paris, Folio, 2013

…et déjà il me semble que j’ai quittè depuis des semaines, depuis des mois, depuis des annèes les gens qui parlent et s’agitent; je sens entrer en moi l’ivresse d’être seul…

Moi je flotte dans un logis ailé qui se balance, joli comme un oiseau, petit comme un nid, plus doux qu’un hamac et qui erre sur l’eau, au gré du vent sans tenir à rien…

Nous voila glissant sur l’onde, vers la pleine mer. La côte disparaît; on ne voit plus rien autour de nous que du noir. C’est là une sensation, une émotion troublante et délicieuse: s’enfoncer dans cette nuit vide, dans ce silence, sur cette eau, loin de tout.

Quel personnage, le vent, pour les marin! On en parle comme d’un homme, d’un souverain tout-puissant, tantôt terrible, tantôt bienveillant. C’est de lui qu’on s’entretien le plus, le long des jours, c’est à lui qu’on pense sans cesse le long des jours et des nuits. Vous ne connaissez point gens de la terre! Nous autres nous le connaison plus que notre père ou que notre mère, cet invisible, ce capriceux, ce sournois, ce traître, ce féroce. Nous l’aimons et nous le redoutons, nous savons ses malices et ses colères que le signe du ciel et de la mer nous apprennent lentement à prévoir.

Yukio Mishima, La voce delle onde, Milano, Feltrinelli, 1961

Le onde eran deboli nel porto, ma il vento aumentava sempre. Ancora affiancati, la Utajima-maru e il peschereccio gettarono fuori due gherlini e due cavi ciascuno, per legare le loro prue a una boa galleggiante delle dimensioni di una piccola stanza, e presero altre misure per salvarsi dalla burrasca.

Quando scese la notte, il peschereccio mise quattro uomini di guardia sul ponte e la Utajima-maru ne collocò tre. La loro consegna era di tener d’occhio i cavi e i gherlini perché non si poteva mai esser sicuri che non si spezzassero da un momento all’altro.

Lottando contro il vento e le onde, e sfiorando a più riprese la morte, gli uomini di guardia versavano acqua di mare sui cavi per mantenerli bagnati nel timore che potessero logorarsi se il vento li avesse resi troppo asciutti.

Un’ora prima di mezzanotte Shinji e Yasuo, con un altro giovane marinaio, montarono di guardia. Appena cominciarono a strisciare per raggiungere il ponte, i loro corpi vennero scagliati contro la murata. Raffiche di pioggia sferzante li percossero sulle guance, pungenti come aghi. Era impossibile tenersi in piedi sul ponte, il quale s’alzava come una muraglia davanti ai loro occhi. Ogni costola della nave scricchiolava paurosamente. … Strisciando sul ponte i tre raggiunsero infine la prua e s’aggrapparono alle bitte, dove erano legati i due gherlini e i due cavi che assicuravano la nave alla boa.

A stento distinguevano la boa che galleggiava venticinque tese avanti, e che, pur dipinta di bianco, a malapena s’intravvedeva nell’invadente oscurità della notte.

Il loro compito consisteva nel tenere gli occhi fissi sui cavi che legavano la Tajima-maru alla boa. Rigidi e tesi, i gherlini e i cavi tracciavano l’unica indomabile linea retta in uno scenario dove ogni altra cosa beccheggiava e rollava nella folle tempesta. E mentre fissavano intenti quelle righe inflessibili, sorse nei loro cuori un sentimento simile alla fiducia, che nasceva proprio da quella estrema concentrazione.

“Guarda!” esclamò Yasuo con un fil di voce.

Uno dei cavi avvolti alle bitte faceva un rumore stridente, di cattivo augurio; pareva che scivolasse via. Le bitte eran proprio sotto i loro occhi, ed essi notarono un cambiamento appena percettibile, ma sinistro, nel viluppo dei cavi.

In quel momento, un tratto di cavo rimbalzò dall’oscurità, balenando come una frusta, e sbatté sulle bitte con suono stizzoso.

I tre si scansarono, appena in tempo per evitare d’essere colpiti dal cavo spezzato che aveva forza sufficiente a provocare tagli profondi.  …

Quando infine compresero la situazione, i tre giovani divennero pallidi. Uno dei quattro cavi che legavano la nave alla boa era saltato. Nessuno poteva garantire che il cavo e i due gherlini restanti non saltassero anch’essi da un momento all’altro.

“Informiamo il capitano” disse Yasuo allontanandosi dalle bitte.

Il corpulento capitano rimase calmo, o almeno dette l’impressione di esserlo.

“Vedo. Bene, allora è il caso di adoperare una gomena di salvataggio, il tifone ha raggiunto il culmine all’una, perciò adesso non c’è più alcun pericolo a far uso di una gomena. Qualcuno può ben raggiungere a nuoto la boa e legarvela”.

Il capitano s’arrestò davanti ai tre giovani, e gridò con voce altissima:
“Chi di voi vuol prendere questa gomena ed andare a legarla a quella boa?”

Il frastuono del vento coprì il silenzio dei giovani.

“Nessuno di voi ha un po’ di fegato?” Urlò ancora il capitano.

Le labbra di Yasuo tremarono. Ritrasse il collo sin dentro le spalle.

Allora Shinji gridò con voce animosa, e il candido lampeggiare dei suoi denti nell’oscurità provò che stava sorridendo: “Andrò io.”

“Bene avanti!”

Bernard Moitessier, La lunga rotta. Solo tra mari e cieli, Milano, Mursia, 2011.

I giorni si susseguono, mai monotoni. Anche le volte che possono sembrare esattamente uguali, non lo sono mai del tutto. Proprio da ciò deriva quella dimensione particolare della vita di mare, fatta di contemplazione e di risalti semplicissimi. Mare, venti, calme, sole, nuvole, uccelli, delfini. Pace e gioia di vivere in armonia con l’universo.

Florence Arthaud, Vento di libertà. La prima donna nella storia delle regate oceaniche, Grancona (VI), Edizioni Mare Verticale, 2011.

New York non è più che un ricordo. Il lusso e le comodità sono alle spalle ma non ne sento la mancanza. Sono a casa mia, nel mio contesto. Non ci sono più obblighi, a parte quelli dettati dal mare e dal vento, la disciplina è completamente diversa. Niente più chiacchiere, finita la marea di gente, le strade, i viali trafficati, finito il brusio delle notti cittadine, le luci, gli appuntamenti, gli orari, il telefono, le false apparenze. Finita la civiltà, i sogni di chi vive a terra, le leggi sociali, i poliziotti, le multe, i limiti di velocità, le frontiere. Qui la libertà è totale, la rotta è davanti.

Recensione

Luis Sepúlveda, Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, Milano, Guanda, 2018

Se Sepúlveda avesse voluto scrivere una storia per ragazzi tradizionale il tentativo sarebbe assolutamente fallito. Innanzitutto in questo racconto non c’è lieto fine, in secondo luogo non c’è una netta distinzione tra “buoni” e “cattivi”, poi la protagonista esprime sentimenti come la rabbia e la vendetta che, sia pur comuni, non è bene raccontare, infine non è bene fare il verso, o addirittura stravolgere, i grandi testi della letteratura, quelli che non si sono mai letti o che si sono abbandonati a metà strada, ma che bisogna fingere di conoscere.

Ma se Sepúlveda avesse voluto fare un’altra cosa, avesse voluto raccontare una storia da un altro punto di vista, magari da quello dei perdenti o di chi non ha parola, se avesse voluto mostrare che la grande distesa blu non è solo uno spazio vuoto che divide lembi lontani di superficie terrestre solida, uno spazio di conquista dove è lecita ogni violenza e ogni cupidigia, se avesse voluto raccontare come anche le creature marine hanno una vita relazionale, se avesse voluto segnalare come il rapporto tra gli esseri umani e il mare possa essere rispettoso e non solo predatorio, se avesse voluto accendere la scintilla della curiosità e dell’amore nei confronti dello spazio liquido del nostro pianeta e dei suoi abitanti, allora il suo tentativo sarebbe perfettamente riuscito.

Questo breve racconto è per ragazzi (e adulti) di oggi, in fondo narra dell’avvento della modernità a chi sarà costretto a confrontarsi con i suoi limiti, le sue contraddizioni e le sue conseguenze, e avrà il compito di porvi rimedio innanzitutto ripensando il modo di rapportarsi con il mondo.

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Jack London J., “Veleggare con una piccolo barca” in London J. (2017), Veleggiare con una piccola barca e altri racconti, Molinella (BO), Gingko Edizioni.

“Preferisco una barca a vela ad una a motore, e son convinto che quella del veleggiare è un’arte assai più bella, più difficile e più forte di quella del guidare un motore. […] E’ la migliore scuola del mondo, sia per ragazzi che per giovani e uomini. Se il ragazzo è molto piccolo dategli uno schifetto piccolo e comodo. Il resto lo farà da sé. Non avrà bisogno d’insegnamenti. […] Certo correrà rischi e dovrà affrontare accidenti. Ma questi capitano tanto in casa, quanto sul mare. Sono morti più ragazzi per essere stati allevati nella bambagia, che non ne siano morti su imbarcazioni grandi e piccole; il remo e la vela hanno formato uomini robusti e coraggiosi in numero assai maggiore che non i campi di croquet o le scuole di ballo. E una volta che uno è diventato marinaio lo è per sempre”.

Blyton Enid (2018), La banda dei cinque. Sull’isola del tesoro, Mondadori, Milano.

“L’auto sembrò divorare i chilometri mentre proseguiva rombando. Arrivò l’ora del tè e di nuovo i ragazzi cominciarono ad agitarsi.

‘Dovremmo avvistare il mare’ disse Dick. ‘Sento già l’odore!’

Aveva ragione. La macchina raggiunse la cima di una collina ed eccolo là, il mare azzurro e scintillante, calmo e liscio sotto il sole del pomeriggio. I tre ragazzi esultarono.

‘Eccolo!’

‘E’ bellissimo’

‘Oh, vorrei fare il bagno adesso!’” (pp. 13-14)

“I quattro ragazzi e il cane scrutarono insieme l’acqua limpida. Poco dopo riuscirono a distinguere la sagoma di uno scafo scuro da cui spuntava l’albero maestro.

‘E’ leggermente adagiata su un fianco’ osservò Julian. ‘Povera barca. Chissà quanto odia starsene lì sotto a marcire. George, mi piacerebbe tuffarmi per andarla a vedere più da vicino.’

‘Be’, perché no?’ rispose lei. ‘Hai il costume. Io lo faccio spesso. Vengo con te, se vuoi, se Dick riesce a tenere la barca intorno a questo punto. C’è una corrente che cerca di tirarla verso il largo. Dick, dovrai manovrare un po’ con questo remo per tenerla in posizione.’

La ragazza si tolse i jeans e la felpa, e Julian la imitò. Tutti e due avevano il costume da bagno. George fece un magnifico tuffo di testa da poppa, dritta nell’acqua. Gli altri la guardarono nuotare in apnea verso il fondo.

Riemerse dopo un po’, quasi senza fiato. ‘Ci sono arrivata vicinissima’ disse. ‘E’ come al solito, coperto di alghe e patelle. Mi piacerebbe entrare, ma non ho abbastanza fiato. Adesso tocca a te, Julian.’

E Julian si tuffò, ma non era bravo come George a nuotare sott’acqua, perciò non riuscì ad avvicinarsi molto. Però sapeva tenere gli occhi aperti, così riuscì a guardare bene il ponte del relitto. Sembrava desolato e molto inquietante. A dire il vero, a Julian non piacque granché, gli diede una sensazione di tristezza. Fu felice di tornare in superficie, di prendere una bella boccata d’aria e di sentire il calore del sole sulle spalle.” (pp. 50-51)

“Uscì dal castello e si arrampicò in un punto delle mura che un tempo circondavano il castello. Rimase lì in piedi a scrutare il mare aperto. E che vista gli si parò davanti!

Le onde sembravano un’immensa muraglia grigio-verde! Si abbattevano sugli scogli intorno all’isola spruzzando la schiuma bianca e scintillante contro il cielo minaccioso. Poi proseguivano fino all’isola e vi si riversavano contro con una tale forza che Julian sentiva le mura sotto i suoi piedi tremare all’impatto.

Guardò il mare pieno di meraviglia per quello spettacolo. Per un istante si chiese se l’acqua potesse inghiottire l’isola. Poi realizzò che non era possibile, visto che non era mai successo prima. Fissò le onde che si alzavano imponenti, e a quel punto notò qualcosa di strano.

C’era qualcosa in mare, vicino agli scogli fra le onde, qualcosa di scuro, grosso, che sembrava emergere dall’acqua per poi tuffarsi di nuovo. Cosa poteva essere? ” (p. 75)